Cenni storici e radici della tradizione
Bottida, Bòtidda in sardo logudorese, è un comune del Goceano, in provincia di Sassari, a 396 metri sul livello del mare, alle pendici del Monte Rasu. Il nome del paese ha origini antiche: il villaggio era originariamente noto come Gossilla o Gocilla, e attraverso una graduale evoluzione fonetica — passando per Gotilla, Botille e Botilla — ha assunto l’odierna forma di Bottidda. Il territorio comunale, di circa 3.300 ettari, custodisce ben 26 nuraghi, testimonianza di un’antichissima e ininterrotta presenza umana. Sul Monte Rasu sorge un convento francescano fondato intorno al 1220 da Giovanni Parenti, discepolo diretto di Francesco d’Assisi, ancora oggi meta di devozione popolare. Nella località di S’Orculana si trova un antico ulivo selvatico millenario, simbolo dell’identità storica di questa piccola comunità del Goceano.
Abito femminile
L’abito tradizionale femminile di Bottidda è principalmente l’estire de isposa, la veste da sposa o festiva nella sua forma più elaborata. Il copricapo è formato da tre elementi sovrapposti. Il muccadore ‘e fundu è un fazzoletto triangolare in cotone bianco che sostiene l’acconciatura: i capelli sono raccolti in due piccoli chignon sulle orecchie, sos cuccales, e intrecciati con nastri. Sopra viene posizionato il muccadore, un fazzoletto quadrato in seta bianca con la parte posteriore arricchita da ricami a reticello; si indossa piegato a triangolo, incrociato sotto il mento e annodato sulla nuca, con il nodo coperto da un ciuffo. La tiazola, una fascia rettangolare in cotone bianco larga circa 24 cm e lunga 1 m, incornicia il volto e viene passata più volte sotto il mento in senso orario, fissata all’altezza del chignon con spilloni in oro, sas aguzzas; l’angolo posteriore visibile è rifinito con ricami a reticello.
Sul busto si indossa prima la camisola, un sottoveste in cotone bianco con scollatura bordata di pizzo o ricami a reticello. Sopra si porta la camisa, una camicia in cotone bianco finemente ricamata e orlata di pizzo su colletto, petto e polsini; il petto è irrigidito da piccole pieghe, su bastonette, e il caratteristico tono biancoazzurro si ottiene immergendo il tessuto nell’acqua e nell’indaco. Il corittu è la giacchina corta in orbace rosso, rifinita con nastro di raso bordeaux ricamato o dipinto a mano con motivi floreali, sas fettas; il dorso e le maniche sono foderati in velluto bordeaux, e le ampie aperture delle maniche sono chiuse all’avambraccio da otto bottoni in filigrana d’argento per lato, buttonera de pratta, tenuti da lacci che passano attraverso grandi asole rifinite con cordoncino blu. La giacchina si porta aperta sul davanti, senza allacciature. L’imbustu è un corpettino in velluto nero bordato di raso bordeaux e arricchito da ricami floreali; è irrigidito internamente da una struttura in giunco, sa tennia, rivestita di velluto ricamato, e si porta sopra la giacchina legato alla vita con un nastro in seta policroma, rifinito sul retro con nappine in cotone colorato; è reversibile.
La gonna comprende un sottogonna, il cansiu, in cotone bianco con pizzo, e la gonna principale, sa munnedda, in velluto nero con una fittissima pieghettatura, sa dente, in vita e sui fianchi, che si apre in pieghe più ampie verso il basso; il pannello frontale, coperto dal grembiule, è liscio. La cintura è rifinita con un nastro in velluto nero ricamato, sa chintula, e un ampio balzo in seta bordeaux con motivi floreali stampati copre quasi tutta la metà inferiore della gonna. La farditta è il grembiule in raso bordeaux, raccolto in vita e lungo quanto la gonna, con decorazione ricamata o dipinta nella parte inferiore.
L’estire ‘e batia, l’abito da lutto, utilizza gli stessi capi ma interamente in nero, ad eccezione della camicia bianca; non si indossano gioielli, a parte i bottoni della camicia. L’estire ‘e mesu luttu (mezzo lutto) è identico a quello da lutto ma con bordature ricamate o dipinte policrome e con i gioielli; era adottato dopo anni di lutto stretto, ma mai dalle vedove, che portavano il nero per tutta la vita.
Abito maschile
L’abito tradizionale maschile di Bottidda comprende la berritta, berretta tubolare nera in panno, lunga circa 50 cm, che si porta ripiegata su sé stessa e lasciata ricadere in avanti. L’entone è la camicia bianca in cotone con il petto pieghettato e il colletto e la lista dei bottoni ricamati; è allacciata al collo e ai polsini con bottoni in filigrana d’oro. Il cosso è il corpetto in panno rosso, con la chiusura a doppio petto rivestita di velluto blu e orlata con un bordo in raso viola; le spalle presentano un inserto a rombi in velluto blu. Storicamente, su cosso aveva le maniche con ampie aperture e una fila di bottoni, sa buttonera.
Le ragas sono calzoni bianchi in cotone, lunghi a metà polpaccio, da indossare dentro le ghette. Il gonnellinu è il gonnellino nero in panno con ampi plissé e una vita lavorata a favo d’ape, lungo fino a metà coscia e collegato davanti e dietro da una striscia di tessuto che passa tra le gambe. Le ghettas sono ghette nere in panno con bordo in raso rosso e una linguetta arrotolabile, che coprono il polpaccio e si allacciano sotto il ginocchio. La chintorza è la cintura in cuoio nero con bordo rosso e decorazioni impresse a caldo.
Tessuti principali
Orbace, Velluto, Raso, Cotone
Occasione
Abito festivo